L'illusione dell'equilibrio

L'illusione dell'equilibrio

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Quando osservo i cani al guinzaglio per strada, nei bar, nei negozi (anche per animali) e in qualunque luogo urbano, piccolo o grande, giungo alla conclusione che la cinofilia di cui faccio parte abbia mancato l’obiettivo di operare un cambiamento di sguardo e di approccio al cane.

La formazione cinofila è orientata a chi desidera diventare educatore; la divulgazione culturale per il grande pubblico non mi risulta avvenga in modo strutturato e organico, magari sostenuta dai comuni, allo scopo di rendere più consapevoli i proprietari della responsabilità di vivere con un cane – verso il cane (soprattutto in termini di benessere) e verso la comunità.

Fatta ovviamente eccezione per i proprietari che seguono percorsi educativi, che certamente non costituiscono la maggioranza, le persone che si possono incontrare ovunque ci si trovi trascinano i loro cani come fossero trolley in direzioni e modi a loro incomprensibili come, ad esempio, verso cani sconosciuti, anch’essi al guinzaglio, affinché socializzino, o nei centri commerciali in mezzo a decine di persone, odori, luci, rumori.

In altre parole, i cani sono frequentemente, se non sempre, sovra esposti, sovra stimolati e sottoposti a richieste continue – seduto, seduto, seduto!; zitto; fermo; andiamo; stai buono lì, etc etc.

Ad un certo punto di questi lunghi anni in cinofilia, che non so collocare in un contesto temporale e culturale forse perché non si è trattato di un momento preciso, di un evento, ma di un lento scivolamento, è emersa l’idea che un cane bene educato e un bravo proprietario potessero andare ovunque e dovessero fare insieme qualunque cosa. In nome della relazione e delle competenze.

Così, percorsi su percorsi per avere il tesserino del bravo cittadino e del bravo proprietario (tutti, per inciso e si badi bene, traduzioni del CAE 1 Enci), durante i quali fare esercizi per imparare a stare e comportarsi in modo appropriato in vari contesti e situazioni.

Ho qualcosa da eccepire nel merito. Molto, invece, nel metodo.

Premessa: non metto in dubbio le buone intenzioni di chi ha ideato questi percorsi.

Il merito:

Il cane ha attraversato svariati millenni a fianco dell’uomo, adattandosi alla sua vita e al suo ambiente; è nell’ordine delle cose, dunque, che si sia adattato e in un certo senso si “debba” adattare alla “nicchia” ecologica antropica contemporanea.

Tuttavia, l’uomo non ha posto sufficiente attenzione né ha adeguatamente riconosciuto la velocità, l’intensità e, soprattutto, l’univocità di questo adattamento.

Poi è arrivata la cinofilia, che ha stabilito che il cane potesse/dovesse adattarsi in un certo modo. Il nostro. Non creare problemi in pubblico. Saper stare al bar, al ristorante, nei negozi, per strada, sulle navi, nei treni, senza dare disturbo. Farsi toccare dagli estranei (educati, ma sempre estranei. La maggioranza tuttavia è maleducata). E così via.

Il metodo:

Questa prospettiva ha contribuito a creare, o ha addirittura creato, l’idea che tutti i cani debbano essere capaci di sostenere contesti e situazioni umane. I percorsi sono personalizzati, nei casi migliori, sul carattere del cane (modalità di addestramento, tempi di apprendimento), ma standardizzati negli obiettivi.

L’obiettivo finale, infatti, è sempre la performance sociale del cane. Non il suo benessere. Le difficoltà dell’individuo durante il percorso vengono affrontate migliorando e personalizzando le tecniche di addestramento, allungando i tempi, diversificando i rinforzi. Il traguardo è superare l’esame.

Standardizzazione sociale, mancanza di conoscenza e consapevolezza del fatto che il cane non è un nostro accessorio ma un “altro” talmente altro che appartiene a una specie diversa da quella cui apparteniamo noi, hanno fatto perdere di vista l’individuo ele sue caratteristiche personali ed etologiche.

I cani non pensano come noi, non sentono come noi, non agiscono come noi, non danno valore alle stesse cose cui noi diamo valore. La forzatura di volerli al nostro fianco in ogni occasione o, all’opposto, di tenerli in casa come soprammobili è irrispettosa e violenta.

Piegandoli alla nostra volontà, ai nostri desideri o ai nostri bisogni noi perdiamo la loro ricchezza comunicativa e sociale e perdiamo anche una delle poche occasioni che abbiamo a disposizione per fermarci e connetterci a ciò che ancora (forse per poco) siamo. Mammiferi. Animali. Recuperare questa dimensione non mette in pericolo la razionalità e le capacità cognitive di cui ci vantiamo tanto, né la nostra cultura.

Porto questi temi nel mio lavoro insegnando ai proprietari a osservare i loro cani e a capire la loro comunicazione, che costituisce la base per costruire un dialogo paritario pur nell’asimmetricità che la domesticazione ha sancito per la relazione con i nostri cani; favorendo la nascita di legami di tipo sociale e affiliativo fra cani, seguendo le loro inclinazioni e preferenze e interferendo il meno possibile.

Personalmente inseguo l’obiettivo di creare e favorire le condizioni ideali affinché il cane per il quale lavoro, con il suo proprietario, faccia esperienze attraverso le quali possa acquisire la capacità di osservare e elaborare le informazioni invece di reagire;di utilizzare gli strumenti che la sua etologia mette a disposizione, come lo spazio, il tempo, le distanze, l’analisi degli odori; di essere centrato in se stesso e nella relazione con il suo proprietario.

Su questi argomenti si è espresso recentemente uno dei miei maestri, l’etologo Francesco De Giorgio, in uno scritto che potete trovare qui:

https://spartariserva.substack.com/p/la-fragilita-del-cane-moderno

E’ un articolo denso e intenso, che non è possibile riassumere se non a costo di depotenziarlo e minimizzarlo. Riporto dunque qui alcuni passaggi che mi hanno particolarmente colpito:

“Il pensiero animale non è reazione automatica, ma una modalità di lettura del mondo che integra contesto, previsione e rinuncia. È ciò che consente a un animale di muoversi in ambienti complessi senza collassare.

La cultura cinofila contemporanea ha progressivamente eroso questa dimensione, sostituendola con un’idea normativa di comportamento corretto. Il cane non viene più pensato come soggetto dotato di una propria logica animale, ma come individuo da rendere compatibile con spazi, tempi e sensibilità umane. In questo processo, l’adattamento è diventato un valore in sé, indipendentemente dal costo cognitivo che comporta”.

“Nelle specie sociali, e in particolare nei carnivori sociali, la socialità non coincide con l’esposizione indiscriminata ad altri individui della stessa specie. Al contrario, si fonda sulla selettività, sulla regolazione dell’accesso, sulla gestione della distanza e sulla possibilità di sottrarsi.

Nei cani moderni, invece, la socializzazione viene spesso tradotta in sovraesposizione: contatti frequenti, ravvicinati, obbligati, in contesti artificiali e privi di reali possibilità di scelta. Questa pratica non solo non è etologicamente necessaria, ma risulta eticamente problematica e politicamente significativa.

La docilità che ne deriva viene spesso interpretata come successo educativo, ma è in realtà il segno di una implosione dell’animalità. Un cane che non può sottrarsi, che non può costruire distanza, che non può rifiutare l’interazione, non è un cane socialmente equilibrato: è un cane privato della propria logica animale”.

La relazione senza aggettivi

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Del "mestiere" dell'educatore cinofilo

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Come una danza

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